Gli Affari del Calcio


E già un po’ di tempo che si parla di vendere il Ferraris.
Il Comune si trova nella necessità di dover far cassa ed il pezzo pregiato che potrebbe risolvere il bilancio cittadino è appunto lo stadio.
Tagliata fuori la Sampdoria, all’inseguimento del sogno di Sestri Ponente, molti scommettono sull’interessamento del Genoa, anche se staccare un assegno di 35 milioni di Euro non è cosa da poco. 


Ora sembra che a fine mese qualcosa potrebbe muoversi, le due squadre genovesi infatti incontreranno l’amministrazione comunale per la nuova convenzione relativa allo stadio.
Se il Genoa vorrà spingere sull’acquisizione dello Stadio Ferraris questo potrebbe essere una prima occasione, resta tuttavia il grosso dubbio se la società intenda pagare quel prezzo senza battere ciglio.
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Quando muore un ragazzo per motivi apparentemente incomprensibili è sempre difficile da digerire.
Quando però si parla esclusivamente di calcio malato e violenza negli stadi la questione puzza d’ipocrisia lontano un miglio.
Si tratta di cose note, gli ultras esistono da sempre, le società da sempre tollerano per vari motivi anche economici, ma limitarsi alla solita manfrina senza avere alcuna idea dell’accaduto (come ad esempio Sky Calcio Show con tanto di gigantografia della vittima e musica ad effetto) è proprio poca cosa.

Solo pochi commentatori citano il colpevole ritardo del Viminale nel fare chiarezza sulla questione che ha finito per fomentare i disordini già peraltro prevedibili, pochi sottolineano il fatto che questa volta il calcio non c’entra.
Pochissimi infine segnalano il vuoto professionale (ed il pieno emotivo) di un agente che pur non avendo una percezione chiara dell’accaduto non trova di meglio che sparare qualche colpo in aria.

Non si tratta di facile colpevolizzazione, il povero poliziotto ne avrà già abbastanza da sé stesso, le perplessità derivano invece dal fatto che dal G8 ad oggi siamo ancora a discutere sul clima costante di violenza subito dalle forze dell’ordine con e senza calcio, ma al tempo stesso, visto che si tratta di situazioni ripetute, non sembra esserci un miglioramento.

Se effettivamente la salute fisica e mentale degli agenti é un problema così grave sembra quantomeno auspicabile, oltre che prevedere leggi severissime per tutti (ultras in primis), definire le cose urgenti da fare per garantire la tenuta professionale e psicologica delle forze dell’ordine. 

Quanti dicono che la festa c’è stata sugli spalti dovranno questa volta ricredersi, infatti al di là della mancanza di coreografie stavolta il derby non si è certo contraddistinto per il fair-play.
Pur volendo tralasciare le botte che si sono date in campo (Bellucci e Rubinho su tutti), gli scontri all’esterno dello stadio sono la conferma della stupidità imperante in molte parti delle tifoserie.
Le stesse persone che nonostante tornelli e paletti, biglietti nominativi e abbonamenti ad personam, riescono sempre e comunque ad entrare, uscire e fare le loro prove di guerriglia intorno allo stadio.
Per questi motivi si deve assolutamente parlare di una festa rovinata dal nervosismo in campo e da pochi coglioni fuori.

La scorsa settimana un singolo petardo ha fruttato un anno ad un belinone qualunque che ha pensato bene di andare allo stadio con un mortaretto.
Ora gli scontri di ieri rischiano di rimanere lettera morta, con buona pace degli abitanti di Marassi che si ritrovano auto o moto distrutte.
Troppo facile ricominciare la solfa sulle forze dell’ordine (non proprio tempestive), sulla mancanza della legge, è indubbio che sono ambedue insufficienti, sarebbe invece opportuno trovare finalmente la collaborazione delle società e dei club.

Ad esempio non è proprio possibile trovare delle regole per attuare una certa selezione alla fonte cioè prima dell’assegnazione dei biglietti o abbonamenti, senza che le società ci rimettano dei gran soldi? 

Un video degli scontri…se non vi va la colonna sonora deselezionate l’audio. 


Della chiusura del Ferraris ai tifosi milanisti si legge molto oggi sui giornali. Dire che si è trattato di una decisione di buon senso può anche starci, ma chi scrive che si tratta di una sconfitta ha ugualmente ragione.
Non si tratta però di una sconfitta del calcio, queste dichiarazioni lasciamole a Matarrese, non si tratta neanche di un torto ai tifosi milanisti, né alla figura di Spagnolo.
La sconfitta stà tutta nelle due date: 29 gennaio 1995 – 26 agosto 2007, nel mezzo niente.  


I governi di questo periodo non hanno considerato l’esigenza di risolvere la questione sicurezza. Ereditiamo quindi una situazione degradata dovuta all’inazione delle amministrazioni, né tantomeno ci si può aspettare qualcosa di più dalle società.
Il mondo del calcio, quello che sta intorno alla partita, quello serio che spesso assomiglia all’ordine pubblico, è paralizzato da anni. La decisione del Prefetto quindi era l’unica possibile.
Forse dopo aver messo a norma gli stadi occorrerà decidere di mettere a norma la sicurezza all’esterno degli stessi.

Come scrive Roberto Beccantini sulla Stampa di oggi “Possibile che in un lasso di tempo così ragguardevole (12 anni) lo stato italiano non sia stato in grado di garantire l’incolumità dei suoi cittadini? O che, per assicurarla, debba ancora procedere per sottrazione?”

A ripensarci non è incompetenza o mancanza di risorse è solo indifferenza…in fondo il calcio è soprattutto televisivo.

Tempo fa si parlava di Enrico Preziosi e del suo rapporto con la Città (quella con la C maiuscola vale a dire quella economica, politica ed imprenditoriale).
Si scriveva di un rapporto quasi inesistente, fondato sulla reciproca indifferenza.
La Genova-bene di fronte ad un presidente che è l’antitesi della tipica genovesità al ribasso (cit. Il secolo XIX), avrebbe snobisticamente declinato qualsiasi rapporto.
Eppure adesso dopo la festa di domenica, bisognerà in qualche modo farci i conti.
Perché nonostante il silenzio della borghesia cittadina, è sempre più chiaro che per salvare metà della Genova calcistica occorreva un imprenditore “straniero”, poco dedito al mugugno e testardamente determinato.

Ci sarà ancora qualcuno, tenacemente critico nei confronti di questo presidente, che penserà ancora ad un Genoa diverso, di proprietà genovese e saldamente legato alle proprie radici, è però opportuno ammettere che quei tempi sono passati e sinceramente volavano abbastanza bassi.
Piaccia o non piaccia il calcio è oggi fatto anche di personaggi come Enrico Preziosi che in fondo hanno poco da spartire con i colori rossoblù ma hanno però la capacità non comune di dedicarsi al lavoro (perché di questo si tratta) con l’ambizione, i soldi e il tempo che mancano da troppo tempo in questa città.

Può non piacere ma è così.

Genova non è diversa dalle altre piazze, anzi ha già purtroppo dimostrato di non essere stata in grado di sviluppare un progetto serio intorno al Genoa.

Per scrivere ancora una pagina importante del calcio genovese c’è voluto un alieno…la Genova-bene festeggia vagamente attonita affacciata al balcone. 


Qualsiasi altra personalità avrebbe causato un pandemonio, Enrico Preziosi no.
Per uno strano intreccio tra l’indifferenza e il conformismo le dichiarazioni fatte dal presidente del Genoa durante la lunga intervista negli studi di PrimoCanale: “ Genova città provinciale, immobilista, chiusa, governata sempre dagli stessi notabili che non vogliono innovare” non hanno avuto alcuna eco nei media cittadini.
Eppure in piena campagna elettorale le potenzialità deflagranti avrebbero potuto essere enormi.
A nostro avviso il motivo di questa mancata esplosione sta nel fatto che si tratta di una verità ovvia non solo genovese ma italiana. Non si tratta di qualunquismo, ma la semplice constatazione che si tratta di un’affermazione talmente condivisa che perfino la casalinga di Bargagli (con tutto il rispetto per la categoria e per la ridente località)  non può esimersi dall’essere d’accordo.

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La questione di per sé non fa notizia.
Marassi non verrà certamente demolito, ed è normale che il Genoa, vista la voglia blucerchiata di emigrare, voglia invece rimanere a casa.
Interessante notare che se tutti i cambiamenti annunciati dovessero veramente avversarsi la geografia del calcio cittadino potrebbe uscirne rivoluzionata…e pensandoci bene il Genoa non potrebbe giocare da altre parti se non a Marassi.   

Resta infine da sottolineare che ambedue le squadre genovesi sembrano aver avuto la medesima intuizione, vale a dire che le società “medio-piccole” possano sopravvivere e affrancarsi dal mercato gonfiato delle grandi solo attraverso degli investimenti che non si esauriscano alla rosa, ma che vadano su qualcosa di più concreto, primo fra tutti lo stadio di proprietà.

A questo proposito riportiamo un’ intervista del professor Andrea D’Angelo della “Fondazione Genoa” rilasciata a La Repubblica lo scorso gennaio.

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