La stampa ufficiale ha sancito a ragione il successo del corteo G8, la città invece lo ha subito, come del resto aveva subito i tremendi giorni del luglio 2001.
Non vogliamo certo equiparare gli avvenimenti, ma non ci sembra che Genova potesse reagire in maniera differente. 

Ci riferiamo non tanto ai partecipanti, peraltro in buona parte provenienti dalle associazioni, dall’ambiente sindacale, dai centri sociali, quanto a quella città abituata a vivere le vicende pubbliche con un certo distacco.


Attenzione però a chiamare questa Genova menefreghista, né a confondere questa parte di città con quella borghese dei commercianti, dei professionisti, dei quartieri bene attraverso i quali si è sviluppato il corteo.
Basta leggere i commenti online di molti cittadini “comuni” per sentire l’insofferenza di chi non è abituato a vivere in determinati ambienti politici (siano essi di destra o sinistra), per sentire distintamente la voglia forte di tenere le giuste richieste della politica lontane dalla città, dalle sue strade.

Non lo chiamerei quindi disinteresse, buona parte dei cittadini vuole finalmente verità sulla vicenda, ha prevalso semmai il ricordo di quei tragici giorni.
Ed anche se i media non gli hanno dato il giusto riscontro si tratta del sentimento prevalente in città.
Ha prevalso la paura perché ambedue le manifestazioni (quella ufficiale e quella del sindacato di polizia) sono state vissute fin dall’inizio come un’appendice al 2001, quindi come un corpo estraneo quasi quanto il famigerato meeting degli 8.

A questo proposito sarebbe interessante conoscere ad esempio la percentuale dei partecipanti arrivati da fuori, potrebbe essere un buon indice del sentimento cittadino sulla manifestazione.    

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