Tempo fa il Corriere raccontava di una preoccupante tendenza che sta prendendo piede nelle strade di New York: quella dei distributori automatici di pasti.
In pratica invece di bibite, merendine e caffè in cialde, adesso da Bamn! potete farvi sfornare in 3 minuti una lasagna, un cheeseburger, un piatto di pollo fritto.

Alla fonte di questo business la filosofia che mangiare è una necessità corporale (come andare al bagno) e non un momento di socialità.
 

Sarà anche rivoluzionario ma il pensiero di prendermi qualcosa da una macchina che assomiglia in modo inquietante ad un distributore di preservativi mi chiude senza possibilità di recupero la bocca dello stomaco.

La pausa pranzo (lo street food come dicono gli esperti) ha certamente cambiato le abitudini di molte persone, ma ridurla ad un mero bisogno fisiologico rappresenta per me la morte della trasgressione, perché pranzare per strada non ha bisogno di regole o automatismi di sorta.  
Anche la più rapida delle sveltine infatti non può prescindere dal lato umano, così la pausa pranzo: quello di abbordare per caso qualcosa di gustoso e speciale; di fermarsi, annusare l’aria ed intuire la vicinanza di qualche specialità dal sapore antico. Per poi consumarla senza comodità, senza tavolo, sedie o forchetta.

Si tratta degli stessi motivi per cui spesso mi dilungo in Via Luccoli tra la panna fresca della Cremeria Buonafede e le granite del Saraceno.

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