Una chiacchierata con Andrea Pozza, pianista compositore, genovese.

di Mario Marchesi


E’ difficile pensare di poter suonare la musica di cui si è innamorati in una città come Genova.
Il rapporto ambivalente a cui sono costretti i suoi più convincenti talenti rende quasi impossibile costruirsi una carriera all’ombra della Lanterna.
La città o forse i suoi personaggi “influenti” sembrano remare contro, impastoiati nella cultura del “maniman” che ha come conseguenza ultima quella di allontanare i giovani talenti.
Questo vale per tutti, dagli ingegneri ai cantautori (ma qualcuno la più vista la cosiddetta Scuola Genovese?), ma soprattutto per i musicisti jazz che oltre ad avere un pubblico certamente più limitato e selettivo, non hanno certo l’appoggio dalle amministrazioni cittadine e di quanti sono nella posizione di poter valorizzare la cultura musicale; a parte forse qualche iniziativa privata come lo storico Louisiana Jazz Club o il Borgo Club.
Non parliamo delle iniziative culturali, i Festival estivi si moltiplicano ogni anno, ci riferiamo in particolare a cosa si fa di concreto per la musica, in termini di spazi, cultura, valorizzazione e crescita dei musicisti.

Mai profeti in patria da queste parti.

Andrea Pozza è uno di questi talentuosi musicisti che ha ormai consolidato la sua carriera lontano da Genova, collezionando negli anni preziosissime collaborazioni fino all’attuale partecipazione al quintetto di Enrico Rava, trombettista ben noto agli appassionati di jazz.
Abbiamo incontrato Andrea tra i suoi concerti ed impegni.

Ecco qui di seguito cosa ci ha raccontato.


 

 
Partiamo da Genova. Cosa ha rappresentato per te la città professionalmente e non. Com’è il jazz a Genova. Siamo una città di provinciali in un paese di provinciali, oppure Genova è più  appassionata alla  musica jazz che altre città?

Sicuramente il mio rapporto con Genova è ambivalente.
Genova sicuramente mi ha dato molto da una parte, ma sicuramente poteva darmi di più se paragono quello che hanno fatto altre città per i loro jazzisti.
Ho iniziato molto presto a suonare in pubblico ( 16 – 17 anni) nell’ ambito del Louisiana Jazz Club, quello che era in P.zza Matteotti.
All’ epoca (1981-83) avevo da poco conosciuto Dado Moroni, che gia da qualche tempo aveva cominciato a suonare in giro e proprio con lui al contrabbasso (Dado è anche un ottimo bassista) e Alessio Tofani ( che poi si è dedicato alla professione di avvocato) mettemmo insieme un Jazz Trio e ci esibimmo al Louisiana.
Da li in avanti cominciai a fare qualche seratina e ad accompagnare dopo un po’ i jazzisti americani che venivano in Italia: Tra i più importanti ricordo Al Grey, Harry Sweet Edison, George Masso e anche i nostri Massimo Urbani e Larry Nocella.
In quegli anni conobbi e cominciai a collaborare anche con Luciano Milanese, che sicuramente è uno dei musicisti che mi hanno maggiormente influenzato sapendomi comunicare l’ autentico spirito del jazz. In quegli anni sicuramente il Louisiana Jazz Club mi ha dato delle belle occasioni, per fare le prime esperienze e quindi cominciare a crescere come musicista… E di li a poco non dimentico anche lo spazio che mi ha dato l’ Ellington Club, facendomi suonare per più volte al Festival di Villa Imperiale, sia con gruppi a mio nome che con personaggi del calibro di George Coleman.
Venendo alle “dolenti note” contemporaneamente alle opportunità che mi offriva si dimostrava a volte chiusa ed incomprensibilmente ostile. Per esempio partecipai alla “Coppa Del Jazz” nel 1985 con il mio trio e ci classificammo “solo” al quinto posto perchè il giornalista genovese (non faccio nomi visto che parliamo della città e non dei cittadini) fu l’ unico a dare un punteggio basso, mentre da tutt’ Italia arrivavano punteggi altissimi.
Io non mi lamento, anche perchè sto vivendo un ottimo momento e dal punto di vista professionale non potrei sperare di meglio però chissà, forse se avessimo vinto la mia carriera avrebbe avuto un profilo diverso.
Oppure, qualche anno fa durante Genova Città Europea della Cultura ci fu un festival del jazz dove nessun musicista genovese fu invitato a suonare… e ti assicuro che in giro per l’ Italia ed anche per il mondo è difficile trovare un festival jazz dove non ci sia almeno un musicista genovese, siamo in tanti e molto bravi !…..questo è stato veramente scandaloso.
In verità era presente una band di Genova, ma poi ho saputo che era stata imposta dal comune per accordi precedenti e gli organizzatori (genovesi) hanno dovuto farli suonare per forza. E ti assicuro che non fa piacere notare che altre città trattano ben
diversamente e giustamente i loro “pupilli”. Penso a Flavio Boltro e Fabrizio Bosso a Torino, a Roberto Gatto, Danilo Rea e tanti altri a Roma, Bollani a Firenze.
Semplicemente le loro città dimostrano di essere ben contente di averli e li valorizzano e sponsorizzano come meglio possono. A Genova sembra che valga più che altrove la massima “nemo profeta in patria”…. beh d’ altra parte anche Cristoforo Colombo non lo ha certo trovato qui lo “sponsor” per andare a scoprire l’ America.
Insomma, concludendo se devo dare un consiglio ai giovani musicisti genovesi, direi che la cosa migliore è quella di andare via, almeno per un po’.
Poi Genova è comunque bellissima, ma appunto c’ è da chiedersi come mai è solo da pochi anni che si vede in giro qualche turista, mentre città o cittadine con assai meno prerogative ne sono piene da decine d’ anni……. vabbe! 
Speriamo che nel tempo migliori….qualcosa sembra che stia in effetti succedendo, ma è ancora poco e l’ impressione è che questa mentalità sia difficile da scalfire. Non siamo provinciali, ma forse trattiamo noi stessi da provinciali,
oppure siamo provinciali e trattiamo noi stessi come pensiamo i non provinciali trattino i loro concittadini per non accorgerci che lo siamo. Scusa il bisticcio di parole, ma penso che renda l’ idea del groviglio psicologico in cui mi sembra che Genova e i genovesi rimangano spesso impantanati.

Ti sei diplomato al Conservatorio Paganini, vera e propria istituzione per chi vuole studiare musica a Genova, molti ex-studenti però dicono che si tratti di una scuola antiquata, rigida e poco attenta ai cambiamenti tecnologici e professionali della musica,  anche se ho  letto che hanno introdotto un corso di musica elettronica. Tu cosa ne pensi? Consiglieresti ad un  giovane  di  talento di  cominciare proprio dal conservatorio?
Non sono informato su come stia andando al momento il caro “Paganini”…. però una settimana fa sono passato a salutare Piero Leveratto, che insegna li e ….non mi hanno lasciato salire nelle aule perchè per ordine del direttore, chi non è iscritto non può entrare…..nemmeno gli ex iscritti…..boh…più che altro ci sono rimasto male.
Certo non ho avuto un’ impressione di grande apertura mentale, però magari è solo un episodio. La mia esperienza come studente è stata discreta, ma se devo dire la verità non è che mi abbiano mai insegnato veramente la musica…. più che altro, se hai la fortuna di capitare con un buon insegnante ti insegnano la tecnica dello strumento e qualcosa sull’ esecuzione. Però anche su quello…… pensa che nessuno mi ha mai parlato dei grandi pianisti del passato e tanto meno mi hanno mai fatto ascoltare Rubinstein, piuttosto che Glen Gould, Richter, Michelangeli o Cortot.
Prova a chiederti come è possibile imparare a suonare uno strumento senza conoscere i grandi della storia e anche del presente. Sarebbe un po’ come studiare fisica ignorando le opere di Einstein. Lascio a te le conclusioni….
Un’ altra cosa: la maggior parte degli insegnanti del Conservatorio sono persone che non hanno mai intrapreso la carriera concertistica, non hanno calcato, se non sporadicamente, le scene. Tu andresti a lezione di pugilato da uno che non è mai salito sul ring? O a lezione di paracadutismo da uno che non si è mai lanciato ? Non dico altro.
Questi naturalmente sono problemi che non riguardano solo il Conservatorio di Genova.
Poi se devo parlare del Jazz è anche peggio. Ora ci sono le cattedre nei conservatori e quindi qualcuno almeno saprà chi sono Duke Ellington, Louis Armstrong e magari anche Charlie Parker; ma ai miei tempi (non 100 anni fa ma soltanto 20) non li conosceva nessuno… senz’ altro non la maggior parte degli insegnanti…..
Mentre in America, ma anche in Francia, Inghilterra, Olanda, Danimarca, Svezia, Germania erano decenni che avevano le scuole di Jazz e riconoscevano in questa musica la forma d’ arte più importante del 1900.
Un consiglio ai musicisti giovani e talentuosi?
Se potete fatevi un giro nelle varia nazioni europee (e magari anche in America) per vedere che aria tira laggiù. Poi fatevi i vostri bei conti e scegliete per il meglio.
Se iniziate presto come me (10 anni) va benissimo anche il conservatorio, tanto poi avrete comunque la possibilità di studiare e perfezionarvi all’ estero dopo.

Hai iniziato appunto giovanissimo, ma che cosa ti ha portato al jazz già a 13 anni?
Beh , sicuramente mio padre che era ed è un grande appassionato di jazz e pianista per diletto. Ha saputo trasmettermi la sua passione per il jazz ed in generale per la musica Americana degli anni d’ oro:Gerswin, Porter, le commedie musicali, Fred Astaire, Gene Kelly.
 

In una recente intervista Renato Sellani ha dichiarato che “è preferibile che ti dicano che tu suoni male piuttosto che suoni come un altro, perchè ciò vorrebbe dire che non si ha personalità”.  E’ possibile al giorno d’oggi avere uno stile particolare, soprattutto in ambito jazz adesso che le possibilità di ascolto sono aumentate vertiginosamente?
Sono d’accordo con Sellani. Certo che è possibile avere una propria personalità, allo stesso modo che tutti abbiamo occhi, naso e bocca ma siamo tutti diversi.
Sono convinto che man mano che si approfondiscono le proprie capacità nella musica e ci si esprime sempre più profondamente e sinceramente nell’ ambito musicale, la propria personalità esce fuori naturalmente. C’è gia, dobbiamo solo farla emergere affinandoci come musicisti. Ciò non vuol dire che tutti possono essere dei caposcuola, di quelli ce ne sono e sempre saranno pochi.
 

Come vedi quei tentativi di fusione tra jazz e altri generi, soprattutto il genere electro o chill out…secondo te è una plausibile evoluzione del jazz stesso?
Le fusioni ci sono sempre state, d’ altra parte il jazz non è nato dalla fusione della cultura musicale africana e di quella “classica” europea? La musica si evolve e per farlo cattura qualsiasi tipo di influenza quando i tempi sono maturi.
Secondo me è una cosa bella ed eccitante, dipende sempre dal livello dei musicisti che suonano e creano quanto la musica che ne esce sia profonda e sia o meno espressione dei tempi.
 

Ma allora è vero che i DJ  soppianteranno i musicisti?
Ce ne sono di bravissimi e se a volte sono così bravi da soppiantare i musicisti è perchè sono anche loro musicisti. La cosa migliore è collaborare.
 

Lasciamo da parte per un secondo il pianista, cosa fa Andrea Pozza quando non suona o compone?
Allora…. leggo, mi interesso di ipnosi e di meditazione, faccio qualche lavoro di casa (non troppo spesso), un po’ di ginnastica e poi, le cose più importanti….sto con la mia ragazza e vedo amici.

Da un ascolto dei brani suonati col tuo trio e nell’ultimo disco di Rava, sembra emergere una diversità di stile. Mentre nei tuoi sei più dinamico, nel disco di Rava lo stile è più discreto, a sottrarre. E’ un impressione, è un’esigenza dovuta al suonare in quartetto oppure è un semplice gioco di squadra?
Beh, logicamente quando suono in trio ho molte più “cose da fare”, visto che sono io a dirigere in un certo modo la musica, suonare le melodie, decidere come suonare i brani.
Quando suono col quintetto di Enrico sono più libero di andare e venire e di lasciare spazi. Poi il quintetto di Enrico è proprio improntato all’ interplay ed alla ricerca sempre di modalità nuove di suonare il repertorio.
Ed è proprio Enrico che lo ha strutturato in questo modo. Po c’ è anche il fatto che negli ultimi tempi ho cambiato il modo di suonare e i cd in trio che sono usciti sono gia di qualche anno fa e non rispecchiano pienamente il mio modo di suonare odierno.

Com’é lavorare con un personaggio come Enrico Rava?
E’ un’ ottima esperienza, perchè Enrico è uno dei pochi leader che lascia molto spazio e libertà ai musicisti del suo gruppo. Il suonare insieme è improntato sulla fiducia reciproca e sugli stimoli che ci diamo l’un l’ altro. La sua musica è molto aperta in tutte le direzioni e personalmente l’ entrare nel suo quintetto ha stimolato e tuttora stimola molto la mia creatività di musicista.
 

Progetti e aspirazioni?
I miei progetti attuali sono di comporre un po’ di nuovi brani e di cercare sempre più un mio sound , sia individualmente che in trio o in quartetto.
Aspirazioni? Quando avrò un po’ di materiale che mi soddisfa cercherò di incidere per una casa discografica importante.

Andrea Pozza con l’Enrico Rava Quintet parteciperà il 29 luglio al Festival Gezmataz 2007 all’Arena del Mare Porto Antico.

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