Qualsiasi altra personalità avrebbe causato un pandemonio, Enrico Preziosi no.
Per uno strano intreccio tra l’indifferenza e il conformismo le dichiarazioni fatte dal presidente del Genoa durante la lunga intervista negli studi di PrimoCanale: “ Genova città provinciale, immobilista, chiusa, governata sempre dagli stessi notabili che non vogliono innovare” non hanno avuto alcuna eco nei media cittadini.
Eppure in piena campagna elettorale le potenzialità deflagranti avrebbero potuto essere enormi.
A nostro avviso il motivo di questa mancata esplosione sta nel fatto che si tratta di una verità ovvia non solo genovese ma italiana. Non si tratta di qualunquismo, ma la semplice constatazione che si tratta di un’affermazione talmente condivisa che perfino la casalinga di Bargagli (con tutto il rispetto per la categoria e per la ridente località)  non può esimersi dall’essere d’accordo.

Ancora oggi i candidati sindaco sono espressione di un’oligarchia politica e universitaria, un’oligarchia intesa come l’appartenenza ad un apparato, ormai parte dominante della vita politica ed imprenditoriale del nostro paese. 
E’ un pò come dire che il potere politico rigenera attraverso le reciproche appartenenze un potere locale uguale a sé stesso.
Quindi cambiando il soggetto Enrico Preziosi avrebbe potuto dire “Como è governato da oligarchi, anche Avellino si”.
Il risultato non cambia, i genovesi non sono diversi dagli altri campanili.
Quello che invece il presidente ha voluto secondo noi sottolineare è la totale indifferenza dell’establishment genovese nei suoi confronti, una classe politica e imprenditoriale che a suo avviso gli ha chiuso la porta in faccia fin dall’’inizio.

“In questa città la gente che conta non mi ha offerto neanche un caffè”.

Non è un mistero infatti che il Genoa dopo gli anni sciagurati di Dalla Costa fosse diventato un boccone appetibile per molte personalità genovesi, ma che tuttavia intendessero aspettarne il fallimento per acquisirlo a poco prezzo.
Preziosi, acquistando la società, si trovò di fatto nella posizione di rompere il consueto equilibrio di potere cittadino che s’accingeva finalmente ad addomesticare il Genoa per troppi anni nelle mani di presidenti “popolari” e anticonformisti. Spinelli in primis, Fossati più indietro.
Il legame tra Preziosi e i tifosi genoani sta tutto qui, nella confermata convinzione che il Genoa di oggi è quanto di più controcorrente si possa trovare in città, e poco importa se nel frattempo la squadra è finita in serie C per i noti motivi e se lo spirito “proletario” della tifoseria sia stato resuscitato da uno dei più ricchi imprenditori italiani, lontanissimo da Genova a parte i consueti novanta minuti settimanali.
Preziosi rimane un mistero per i tifosi meno accesi – che comunque apprezzano la generosità di portafoglio –  un alieno per tutta Genova così abituata a tenersi stretta le proprie cose.

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