Considerazioni sul film “De Ma, Trasformazione e Declino” di Pietro Orsatti presentato il 16 marzo scorso al cinema Instabile di Via Cecchi

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 Filmdema   blog dedicato al film


Il Film “De Ma, Trasformazione e Declino” del regista Pietro Orsatti ha il merito di chiarire cosa sono oggi i camalli.
Il tempo in cui diventare socio della Compagnia Unica era un tesoro da custodire gelosamente di padre in figlio non esiste più.
Il porto come luogo di costruzione di una forte identità operaia, la Compagnia appunto, non esiste più.
Adesso da circa 10 anni la Compagnia arranca, divisa e decimata, stretta nella morsa del nuovo porto privato, ma anche dei cambiamenti al suo interno.
E’ chiaro che il passaggio al porto privato ha determinato un terremoto tra i portuali genovesi, ed in senso più ampio in tutta la categoria nazionale.
 

Oggi le Compagnie stanno vivendo una trasformazione manageriale, con legami sempre più stringenti con la politica, il sindacato istituzionale, ed un certo modo di fare impresa che stà già da tempo corrodendo la proverbiale autorità morale della categoria.
Questi legami infatti che dovrebbero teoricamente tendere al miglioramento delle condizioni di lavoro vengono invece piegati al beneficio di pochi; siano essi i nuovi operatori privati, le società di lavoro interinale e giù giù fino ad arrivare a quei soci anziani che hanno ancora la possibilità di scegliersi il lavoro migliore a discapito dei più giovani o, ancora peggio, dei lavoratori temporanei.
La grande debolezza della Compagnia stà nella mancanza di una chiara strategia di sviluppo e nella concentrazione dei suoi sforzi nel solo tentativo di sopravvivere.
La scelte fatte, come ad esempio l’apertura al lavoro temporaneo in banchina e soprattutto la partecipazione a società di lavoro interinale, hanno il fiato corto.
Non è un caso se Bruno Rossi, ex dirigente della Compagnia, si spinge a dire che “le Compagnie oggi fanno caporalato, speculano sui lavoratori. Dovrebbero essere cancellate”.
Vale a dire invece di salvaguardare la forza lavoro esistente si è in pratica spinto per la manodopera a tempo nell’intenzione errata di aumentare la forza lavoro a minor costo, ma al tempo stesso per la malcelata intenzione di difendere l’ultimo privilegio della corporazione:  la Compagnia stessa.

La cura sempre secondo Rossi non può che essere drastica:
“Cancellare la Compagnia. Adottare il modello spagnolo e del Nord Europa, con un albo dei lavoratori portuali, riuniti in sindacato ma gestiti dall’Autorità Portuale senza intermediazioni o un caporalato camuffato da interinale”.
A sentire le voci dei giovani portuali nel film sembra proprio vero, le parole del vecchio camallo colgono nel segno.
”Perché alla fine della storia ci si ritrova con la solita guerra tra poveri e lo sfruttamento dei più deboli”.

I camalli in affitto appunto.

Un’ultima considerazione.
La prima sensazione nel vedere come il regista ha descritto la città è che Orsatti abbia voluto raccontare una città indifferente.
Non è un caso ad esempio che, a parte l’immancabile citazione del G8, le poche inquadrature della città lontana dal porto, siano delle vedute stilizzate di Piazza De Ferrari, con solitari passanti, alcuni in giacca e cravatta in altre faccende affaccendati.
Poi citando il disastro della Haven si dice che Genova ha voltato le spalle al mare, ferma a guardare il disastro dalle sue colline.
Si tratta di una lettura interessante, non certo priva di un fondo di verità. Sarebbe stato però altrettanto interessante dare voce a questa città.
Forse Orsatti, romano, non conosce la sottile differenza tra una città di mare ed una grande città portuale come Genova.
A Genova il mare (meglio dire il porto) è fonte di ricchezza e cultura, ma anche di frustrazione, diffidenza e problemi; come in ogni città portuale il mare è parte in causa di un rapporto d’amore-odio che tanto ha segnato la psicologia ed il carattere dei genovesi. Rapporto che si inasprisce andando verso terra, nei ricchi quartieri collinari dediti ad altre attività, o semplicemente che vivono lontano dal porto. E’ come avere un problema in casa per alcuni di noi.
D’altra parte però i camalli e tutte le attività dell’indotto portuale fanno parte del quotidiano di questa città, quasi tutte le famiglie hanno un parente più o meno stretto che lavora in porto, e non c’é indifferenza quando c’é di mezzo il porto.
Per questo motivi sembra semplicistico dire che nell’affare Haven Genova è rimasta immobile: se ne parlava eccome.
Ma soprattutto, oltre alla curiosità di sapere che cosa secondo il regista avremmo dovuto fare, sarebbe stato più corretto evidenziare che oltre ai passi fatti in sede politica e ambientale, la città prese coscienza con spiccato realismo delle proprie responsabilità, avviando una riflessione sulle modalità operative di determinate attività, quali ad esempio l’omologazione di quelle navi che troppo spesso si rivelano delle vergognose bagnarole.
Ma qui forse entriamo in questioni troppo tecniche.

Per saperne di più

Circolo del Porto di Genova
Il Porto di Genova su Wikipedia

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