Vivo in questo condominio da quasi quindici anni e non mi ci sono ancora abituato.
Dalla sera in cui mia moglie mi ha lasciato in eredità il solo servizio buono di porcellana, ho perso la cognizione del tempo.
Anche perché la sua assenza si sta ormai prolungando da più di cinque anni ed il servizio non è più così buono, e nemmeno più tanto numeroso.
Ogni tanto un amico mi gira qualche notizia. L’ultima diceva che era stata vista per le vie di Bombay a braccetto di un secondo violino dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma.

Non male per un’impiegata delle poste.

Non mi sono ancora ripreso da quando mi ha tirato i piatti orrendi di sua madre, credeva di aver perso la testa per il barista del circolo Arci di Via Ravecca e aveva bisogno di pensare. Cioè credeva di aver perso la testa per quello lì, come lo chiama mia figlia “il benzinaio”, comunque  l’ho lasciata andare, anzi le ho buttato i vestiti giù dalla finestra, in mezzo alla strada in Canneto.
Ci siamo lasciati quattro volte ed ogni volta l’inquilino del quinto piano, il Matto lo chiamavano, urlava nella tromba delle scale:
 

“Eeeehi la piantateee? Vengo giùùù”

Per un periodo ci tiravamo i vasi in silenzio – piccola pausa di autocritica – ma poi si ricominciava.
Forse l’ultima volta abbiamo esagerato, non dovevo tirar giù la sua roba.

Troppa foga c’ho messo.

Ora mi rimane solo questo condominio: madri, figli, liti e stronzate, valigie e disastri, donne, puttane, e ancora il Matto che urla per le scale.
Dalla strada sale odore di cibo speziato, poi un vago sapore di piscio.
 

”Ma torna qui bbeliiiin ! Non ti ammazza un dolore del genere?
Che razza di angelo sei, porca puttana!”

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