Ma in questo pezzo non ci sentite il sudore di un club minuscolo, l’atmosfera chiusa fatta di buio, fumo e luci fluorescenti?
Non ci sentite la musica e la gente accaldata che si cerca, si perde e si ritrova in un continuo pendolare tra la pista ed il bar?

Il gruppo che viaggia, la tromba che veleggia e il chitarrista che sembra Stevie Ray.
Giovani e meno giovani, ragazzine che si danno arie da signora e signore camuffate da signorine, vecchi da osteria, figli di papà e anche qualche figlio di bagascia.

Quelli non mancano mai.

Ma non vedete poi che ci si muove a stento, tra culi, tette e uccelli risvegliati dall’alcol o intorpididi dall’hashish.
Niente tavoli e tutti col bicchiere in mano, le orecchie frantumate dalle casse ad altezza d’uomo.
La calca é tale che i corpi si urtano e si strofinano, cultura che passa per l’olfatto e per il tatto.

Come in un autobus nell’ora di punta. 

Il cantante sul palco ha la cravatta e gli occhiali scuri, una ragazza balla da sola, all’ingresso una montagna del Senegal. Ad una tratto quello con gli occhiali stacca il rullante ed il batterista lo segue saltellando, continua a suonare mentre il tipo che canta gli tiene il tamburo, arrivati al bar ordinano qualcosa e mentre la tequila salta fuori dal bicchiere continuano a suonare.

“Ma non vedi quanto sono fuori….cazzo che bravi”
” Dai ordiniamo un’altra botta sù..”

“Occhei occhei. Ma l’hai vista Manuela stasera …”
 

..e la musica continua sincopata, affollata e sicura.

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